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28 ottobre 2008

Racconti/ Terre note

LE TERRE NOTE

“Anche stavolta mi è sfuggita”. L’uomo, sulla quarantina, giacca grigio scuro su improbabili pantaloni fuxia, ancora non poteva crederci. Era stato ad un passo dal catturare Kristine, in uno dei suoi ritorni a casa e se l’era fatta sfuggire.

“Tranquillo, la ripesco nel nostro mondo” disse al giovane che lo affiancava in questa missione.

“Già, Umbert, ma sai bene che non è la stessa cosa.” Rispose il giovane. Astuto, più brillante ed acuto di Umbert, Nico era un ragazzo cresciuto per strada, venti anni giusti giusti e quel mix di arroganza ed ignoranza indispensabile per farsi largo nelle Terre Note.

Catturare Kristine mentre si trovava nella sua Terra di Arcano era certamente diverso che non prenderla nelle Terre Note, dove sarebbe stata lei stessa – astuta come un’amazzone! – a presentarsi all’appello l’indomani, come ogni giorno, con la naturalezza di una bambina innocente.

“Torniamo, non abbiamo nient’altro da fare qui” finalmente stanco, toccava ad Umbert riportare Nico alla realtà, mentre chiamava a sé tutte le forze che ancora gli rimanevano.

Kristine, ormai al sicuro, sfuggita da quei due tipi – così male assortiti – che da secoli le stavano alle calcagna, aveva raggiunto la sua abitazione, dove l’aspettava il fido Miki gatto randagio.
“Possibile che ancora credano di riuscire a fermarmi? Ancora non accettano l’idea di essere solamente uomini…”


Uomini. Solamente uomini. Non che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’accettare di esserlo, solo che non si poteva certamente pretendere di avere la scaltrezza, l’agilità ed il potenziale di una donna!

Una donna sa come ferire senza usare una sola arma; sa amare e far credere all’altro di non considerarlo nemmeno; sa mentire per il bene altrui e goderne, come fosse il proprio bene. Una donna genera, sopportando il dolore, e lo fa da sola.

22 novembre 2006

Racconti / Elba incantatrice

Era l'anno scorso, o forse mille anni fa, che mettevo piede all'Elba per la prima volta, isola incantatrice e misteriosa. Sul traghetto mio fratello ed i suoi amici scherzavano e prendevano il sole, parlando delle mille avventure che presto avrebbero vissuto, una donna via l'altra, in un sogno utopistico che spesso accomuna i giovani maschietti di vent'anni. Io vivevo questa atmosfera cameratesca sentendomi un po' "maschietto" anch'io, in vena di avventure, anche solo per un giorno, quanto doveva durare il mio soggiorno li.

Era stato estenuante, l'anno appena trascorso, chiuso in un buio monolitico privo di bei ricordi in cui avevo vissuta prigioniera di un "amore" che mi aveva fatto il vuoto intorno e che avevo spezzato con voluto cinismo.

Ed ecco l'Elba, che forse doveva essere un regalo per me - nei progetti di mio fratello - un modo per passare un po' di tempo e spezzare lo stress. Elba misteriosa e ingannatrice, appare all'improvviso, le prime rocce, i primi scogli e pensi che l'approdo sia sempre imminente. Invece non arriva mai ed è qui il suo primo sortilegio, come quella di una bellissima donna, che promette promette con smaliziati sorrisi, gli occhi azzurri, il sole sulle labbra e poi non mantiene o, se lo fa ti porta via il cuore e l'anima e non te le rende più.

Ecco l'Elba, che ti apre le braccia ma non ti accoglie, costretta a prostituirsi al turismo forse per la troppa vicinanza con un Continente che a malapena riesce a considerare patria, da cui la divide solo mezz'ora di mare.
Non si innamora di te, l'Elba, anzi ti sbatte davanti agli occhi le tabelle con gli orari di ritorno dei traghetti e ai suoi figli ha insegnato a chiederti, prima di ogni altra cosa, "Quando riparti?". Ma se lo vuole, dopo averti catturato con il suo riserbo, con la sua finta indifferenza, con la sua bellezza solare, ti ama in modo totalitario, pervasivo, penetrante. Ti porta nelle sue insenature più ignote, sulle spiagge assolate, tra gli scogli più inconsueti e poi sui monti, tra le pieghe della sua storia di cui è gelosa, lontano dal turismo che la possiede per qualche ora di sola e l'abbandona sporca ed esausta.

Sono rimasta una settimana in quel paradiso, sospesa tra mare e terra, preoccupata per quello che mi stava accadendo e che non riuscivo a decifrare. Mi stavo innamorando, io, proprio io, di un'isola, di una vita.

E poi via, di nuovo via, di ritorno nella civiltà, con un senso inspiegabile di nostalgia, fissato in una foto insensata e paesaggistica del porto che si allontana, quando il traghetto varca l'ultima insenatura e l'isola tutta sembra tirare un sospiro di sollievo. Non ti appartiene più. Non puoi tornare indietro, non approfitterai ancora per qualche ora di lei.

Sono gelosa della mia isola, che è un po' una droga per me, così lontana dal mio mondo, così nascosta agli occhi della gente comune. E quando cala il sole l'Elba è una fortezza, che ti protegge e si protegge, ti facredere che nulla possa accaderti li, ti fa sentire irraggiungibile.

Di rado ho avuto il coraggio di metterci piede all'Elba e infatti ogni volta l'effetto è stato più doloroso. L'arrivo mi dà i brividi e mi rende nervosa come in una inutile anticamera, poi una volta lì il tempo smette di avere significato, il giorno si perde nella notte come inutile tentativo di fermare la corsa delle ore. E non mi sazio mai delle emozioni che riesce a darmi, che sia un soffitto di stelle appeso sopra il porto o le luci di barche e traghetti che si vedono dai paesini di collina, o gli isolani che ormai devono avermi un po' metabolizzata e mi fanno partecipe delle loro abitudini e tradizioni, o ancora le serate gelide e senza luna in cui ti senti parte di un unico pezzetto di terra e intorno il nulla.

Come si può ripartire a cuor leggero, sapendo che nulla di tutto questo si può trovare altrove?
Come si può, da soli, sopportare il peso del distacco in mare da una terra che tanto mi ha conquistato?

20 settembre 2006

Racconti/L'onda di Europa

La mia stanza da letto ha una parete a forma d'onda e m'addormento e sogno solo da quel lato. Erano due anni che tutte le notti facevo lo stesso sogno e puntualmente mi svegliavo sul più bello, il cuore che andava a mille. Nel sogno mi svegliavo vicino al mare, completamente nudo, solo una serie di tatuaggi ricoprivano la mia pelle bruna. Quel disegno che mi vergava il petto, nel suo fluire simmetrico di simbolo acquatico, d'archetipo liquido, mi sospingeva inesplicabilmente, inesorabilmente verso l'oceano: ricordi ancestrali, parole che sgorgavano da sole ...un asteroide vagante è sulla rotta per far sparire il tuo mondo, mille volte potrei andarmene appeso al mio battito, a un passo da lì il precipizio del mondo... Camminavo lungo la riva, sentendo il mare lambirmi le caviglie, cercavo conchiglie per farne una collana. Non c'era nessuno per chilometri e chilometri, sulla sabbia v'erano impresse una serie di impronte, formavano una linea a perdita d'occhio: erano passi di bambino. Il mio piede vicino ad esse pareva la zampa di un enorme orso. Sapevo che quelle tracce erano mie, è una strana sensazione imbattersi nei propri ricordi. Poi, all'improvviso, l'acqua del mare cominciava a ribollire rendendomi inquieto. Osservavo l'orizzonte divenire scuro, ma ancora non percepivo l'arrivo dell'onda, pur sapendo che sarebbe giunta. Un sibilo, una striscia di fuoco che illuminava il cielo (e quel rombo... per gli dei! Un rumore assordante come di mille tuoni!) Ed ecco che mi svegliavo, completamente madido di sudore. Era diventata un'ossessione, avevo paura di dormire. Un giorno, nella sala d'attesa dell'analista, buttai un occhio sui giornali gettati alla rinfusa sopra un tavolino, era Nature mi pare o forse Scienze, non ricordo bene, in copertina ospitava una splendida foto di Europa, obiettivo della terza spedizione verso il sistema di Giove. L'articolo titolava: Anche Europa ebbe la sua Atlantide, e in corsivo "le evidenze scientifiche trovate dagli esoarchelogi sulla quinta luna del gigante gassoso lasciano spazio a pochi dubbi, la civiltà di quel mondo venne spazzata via da un evento cosmico." Lessi l'articolo e un particolare mi colpì "...Trovate le prove di un'antica civiltà annientata da un'enorme onda anomala probabilmente provocata dall'impatto con un asteroide. I pochi che riuscirono a sopravvivere cercarono forse un altro pianeta sul quale rifugiarsi? Se così è stato, ecco spiegata la strana coincidenza per cui l'immagine trovata su un reperto proveniente da Europa corrisponde a certe immagini sacre in uso tra i Maori." Vidi l'immagine di quell'antica pietra scolpita da mani aliene su di un mondo lontano 700 milioni di chilometri e seppi. Non avrei più avuto paura di addormentarmi. Per questo ho fatto costruire questa parete, per non dimenticare da dove vengo.

Ringrazio Lee Murray per i versi presi in prestito.

09 agosto 2006

Racconti a due mani/Il mistero del lago

Accidenti...il ponte è crollato! E ora che faccio? Proprio oggi dovevo mettermi nel bosco a cercar funghi, tanto non li conosco neppure! Lassù vedo qualcosa, sembrerebbe un caseggiato, sì, vicino al lago...che lago strano però, ha un colore inusuale. Proverò a chiedere asilo finché il ponte non sarà sistemato: non funziona neanche il cellulare, spero che ci sia un telefono per avvisare a casa. Chi avviso poi....
Strano posto..."C'è nessuno?"
Alla reception il deserto.

Ma che strano via vai di gente – penso, mentre mi dirigo all'uscita per una passeggiata - nessuno che dice una parola, come se avessero .. paura.
"C'è nessuno?" sento una voce di donna chiedere alla reception e mi avvicino. "Credo che la proprietaria sia momentaneamente assente, signora. Mi chiamo Kristine e se posso esserle utile in qualche modo.. non esiti."
La osservo senza darlo a vedere, nella sua calma apparente mi sembra di scorgere una qualche forma d’irrequietezza non meglio identificata.
Mi piacerebbe proprio sapere dove è finita Kim, da un intero giorno non la vedo e comincio a preoccuparmi.. il lago rosso.. gente sparita.. gotici non meglio identificati. Tutto ciò comincia a togliermi la serenità. Ma non ero venuta qua per scrivere finalmente il romanzo della mia vita?

"Non sa mica se c'è una stanza libera? Mi adatto anche a condividerne una con qualcuno, non ho problemi...sa...il crollo del ponte mi ha messa in questa situazione di non poter tornare in paese!"Questa Kristine mi sembra una persona gentile...che sia di buon auspicio? Avrei proprio bisogno di un po’ di relax dopo tutto!"Sa quando torna la proprietaria?"
“Sa quando torna la proprietaria?”.Qualche minuto per decidere che questa donna mi piace. Carattere spigliato, praticità tipica delle donne che se la sanno cavare in ogni situazione. Si può fare.
"Guardi.. non so proprio dirle quando tornerà, ma ci aveva avvisati del disastro del ponte e dell'arrivo di due ospiti inattesi.. Io ho una camera doppia che uso da sola, se la cosa non le dà noia sarei lieta di dividerla con lei, finché Kim non troverà una migliore sistemazione o il ponte non sarà aggiustato."
Penso ai miei tic, all'insonnia e alla mia paranoia di fare il bagno ogni volta che mi passa per la testa e decido immediatamente che saprò rinunciare a qualche mio vizio, per una convivenza temporanea.

Questa a casa mia si chiama "una mano tesa"...già. Meno male. Non so se sperare che non riaggiustino il ponte almeno per un bel po’, che il lavoro vada al diavolo per una volta! Solo che non ho bagagli con me, ero partita per fare una semplice passeggiata nei boschi, quindi i miei unici averi in questo momento sono nello zaino: mi arrangerò alla meglio."Grazie, sono veramente felice di conoscerla!" Le sorrido. Lei ricambia timidamente."Io mi chiamo...non importa il mio vero nome, tutti mi chiamano Mynona o semplicemente Minnie."

Mynona. In un lampo si affaccia alla mente l'indiscreta domanda di cosa si celi dietro quell'inconsueto appellativo, ma è solo un attimo.
"Bene Minnie, allora direi di cominciare dandoci del tu. Non amo dividere la mia vita con chi non conosco - scherzo ridendo - e poi se vuoi seguirmi ti presento la camera. E' al primo piano, numero 106. Per il momento dovremo arrangiarci con una chiave sola, ma appena giungerà Kim ci faremo dare la seconda. Nella bacheca lì in fondo troverai una sommaria esposizione delle regole relative ai pasti. Io stavo per recarmi al lago... - esito - per capire la sua evoluzione. Sembra che nella notte si sia tinto di rosso e.."
Beh, non concludo la frase, creare allarmismi inutili quando magari è tutto un parto della mia fantasia.. no, meglio di no..
Guardo sorridente la nuova ospite "Andiamo!" concludo con piglio energico e convincente.

La osservo mentre s’avvia per le scale verso il primo piano, incantata per qualche attimo, seguendola con lo sguardo, persa nei miei pensieri. Probabilmente siamo coetanee o giù di lì, anche se, come me, dimostra molti anni in meno, ma ci sono alcuni particolari che a una quarantaquattrenne non sfuggono, piccole cose, come le mani o quelle minuscole rughe a lato degli occhi…Arrivata in cima alla rampa ecco che si gira, guardandomi, nell'attesa di un mio movimento. “Arrivo, scusami, mi capita spesso di perdermi in me stessa!”
La raggiungo e insieme entriamo nella camera: il letto è matrimoniale, ma non c’è problema, almeno per me. Il bagno è spazioso e dotato di una bella vasca…bene. Noto qualche libro sparso qua e là: una lettrice! Chissà se mi presterà qualcosa per passare il tempo, nello zaino ho solo “Harry Potter e la camera dei segreti”, il volume che sto leggendo, ma ormai sono già oltre la metà. Il ché significa che entro sera sarò senza “pane per i miei denti”.

L'unica vera ricchezza cui aspiro sono i libri. Ne sono realmente gelosa, come lingotti d'oro per un avaro. Mi piace usarli, leggerli personalizzandoli, lasciare il segno del mio avido passaggio sulla cucitura senza però arrivare a rovinarli.Ma amo leggerne sempre e solo uno per volta, evitando di cedere alla curiosità di cominciare un nuovo libro, che pure mi appassioni, se non ho prima finito quello precedente.Guardandomi intorno noto il disordine del mio vivere e cerco di rendere più umana la camera, resa "mia" anche solo da poco più di due giorni che vi abito. Restituisco i libri sparsi in giro alla libreria che ho apprezzato nella piccola nicchia antistante il bagno e torno ad occuparmi della nuova coinquilina.
Mynona, temporaneamente "persa in se stessa" mi raggiunge subito dopo. Sorrido nel sentirle usare quel termine che potrebbe essere mio. Come lei anche io a volte mi estranio perdendomi in riflessioni o solo inseguendo la coda di un’idea per risalirla fino a tornare a me. "Ecco qui. Due letti separati. Credo proprio che non staremo male..!"


Sono talmente stanca che sento il bisogno di sdraiarmi un po’ per riprendere fiato.
“Spero non ti dispiaccia se mi rilasso un attimo sul letto, la camminata nel bosco mi ha leggermente affaticato, senza contare lo stress della situazione in sé…”.
“Non ti preoccupare – mi risponde – io ero giusto scesa per fare una passeggiata fino giù al lago! Ci sentiamo dopo”.
Detto questo, mi lascia sola nella stanza. Mi sdraio sul letto, anzi, mi ci butto proprio sopra per sentire com’è il materasso o se magari cigola: non sopporto i letti morbidi con le molle che urlano in modo straziante a ogni minimo movimento, qualche volta ho dormito sul pavimento piuttosto. Tutto sembra in ordine: posso lasciarmi andare.
Dopo pochi istanti sono già assopita. Credo di sognare... Qualcosa d’indefinito, non saprei se descriverla come una presenza, un’essenza, mi sta guardando dalla finestra fluttuando a mezz’aria e mi fa cenno con una mano di seguirla. Impaurita sento il mio corpo sollevarsi verso quell’essere che ora s’avvia verso il lago. Vuole che vada con lei, è palese. La curiosità prende il sopravvento sulla paura: chissà cosa avrei trovato ad attendermi.
Il lago è di un rosso talmente cupo da paralizzarmi: sembra un’enorme chiazza di sangue rappreso. E’ un presagio di qualcosa di sinistro che deve accadere, oppure il segnale di un fatto già compiuto? Di certo qualcosa di funesto aleggia lì intorno.
Cerco di riprendere il controllo ma un rumore mi sveglia.

02 agosto 2006

Racconti / non so volare

Avrei voluto essere una di quelle donne decise, ma capaci di rassegnarsi, e con la vita piatta, che sanno sempre dove va messa a posto ogni cosa e comprano armadi giusti di dimensione, dove ordinare scatole (giuste di dimensione!) in gradazione organica di colori.

E non sono.

Sono sciatta, disordinata e spesso infelice di me, quando sento invece la necessità di un ordine superiore che mi conduca a mettere tutto a posto finchè vivo.

Indipendente fino all'osso, altrettanto desiderosa di dipendere, mi lascio amare, amando con tutta me stessa fino ad esaurirmi totalmente.
O forse è solo la fiducia quella che poco a poco viene meno. Quando si conosce qualcuno talmente bene che prima o poi la bilancia dei difetti diventa tanto iù pesante di quella dei pregi. E allora che si fa?
Non so. Ammiro la gente che alla crisi del 4 anno (eh.. lo dice Alberoni. Le crisi moderne sono al 4 anno e non al 7) si ferma, riflette e poi supera tutto a piè pari, come se nulla fosse accaduto, dopo aver allagato il mondo di vittimismo inutile.
Io, vigliacca che si trincera dietro non so quali scuse, aspetto giocando fino all'ultimo le carte del 'nemico' ed alla fine distruggo l'intero castello per cominciare una nuova partita.

Giocatrice sporca? Mi chiede chi ancora non mi conosce. Fin troppo pulita, credo invece. Non so rimanere nei miei dubbi e quando non mi piaccio più finisco per ricominciare tutto da capo.

Non so volare dietro ai ghirigori di chi smette di seguire i miei sogni per inventarsi favole in cui credere davvero. Non so inseguire chi prima era orientato esclusivamente a me ed ora sembra orientato solo ai soldi, come se potessero riscattare un'intera vita.

Allora apro le braccia libero quell'intrepido volatile disinteressandomi dei suoi voli, che più non mi riguardano. E mi abbandona presto anche la gelosia che in genere mi stringe il cuore fino a farmi male.

*I libri! ora.. a chi devono andare?* penso, mentre naufrago sui relitti di un amore che scopro di giorno in giorno esser finito già da diversi mesi. E quando scavo, il puzzo viene su fino a far male.

Vorrei invece sotterrare tutto come un bel funerale, piangerci sopra un poco e poi riprendere a vivere la vita.

Sono egoista? Forse si, penso ai libri da dividere.. ed alle foto. A chi vanno le foto quando un amore finisce? Ricordi colorati che sbiadiscono piano (troppo piano) nell'immenso niente che rimane dopo lo Tzunami.

Che voglia di ferirlo, di dirgli quanto io stia male per colpa sua. Eppure sono io che l'ho voluto.. lasciandolo lentamente e respingendolo sui bordi del talamo fino a fargli imparare che poteva resistere anche lui nel freddo del non-amore. Capite quando dico che sempre è ogni giorno? Si costruisce con fatica, rinuncia di se' e dedizione perchè appena si abbassa la guardia e si smette di amare l'altro specularmente fa esattamente lo stesso.

Nessuno ama se non è amato.

E dopo ti guardi nello specchio vuoto che rimane. Si, perchè un amore che finisce è sempre un po' uno specchio che si frantuma sotto i tuoi irriverenti sguardi. E lì per li ti senti liberato, nudo riprendi a vivere, toccando con lieve mano la libertà che esonda dal nulla.

Senza specchio.

Lui che ti guarda è te, con i tuoi occhi, pian piano indifferenti. Tu che lo guardi sei per lui quel mondo in cui operare, agire, senza fretta.

Amore, sei tu? Sei tu che prima aspettavi tutto il giorno solo per vedermi sparire dietro la mia porta di casa, ed oggi mi abbandoni imprecandomi contro per un ritardo di 10 minuti a pranzo?
Amore..

E non è coccole, non specchio, dicono. Non è trovare forza dallo sguardo compiaciuto ed orgoglioso di chi ami? Non è il volare, per arrivare sempre a nuovi traguardi insieme? Scambiarsi le opinioni sulla gente, complici amanti nascosti nelle spoglie di una normale coppia.

Ma guai a pensare che possa durare per sempre, perchè sempre è ogni giorno.. e ogni giorno può finire.

01 agosto 2006

Racconti / Il respiro dell'anima

Si rigirò sul letto sfatto, mentre il sole dell’estate filtrava timidamente fra le inevitabili fessure dei vetusti scuri. Mise il braccio sotto il cuscino, tentando inutilmente di assopirsi e di strappare così un ultimo breve sogno alla sua dibattuta e combattuta realtà. Si trattò di un breve tira-e-molla, poi il suo lato cosciente - e razionale - prese il sopravvento e si trovò seduto, in mutande, sul bordo del letto.

La testa era pesante, grazie alle innumerevoli birre che l’avevano accompagnato nelle ore più buie e più fresche della notte. Il cuore, pure lui pesante e lacerato da veloci e immaginari amori, batteva sordo nel petto. Lo sentiva pulsare chiaramente nella grande casa silenziosa che era il suo corpo. Si alzò e andò in bagno. Il contatto dei piedi nudi sul pavimento fresco era piacevole, come l’acqua sul viso. Si guardò allo specchio: niente barba. Non ne aveva voglia, aveva poca voglia di fare qualunque cosa. Pensò, di sfuggita, e con un po’ di angoscia, alle bici in garage, mentre sorseggiava un caffè, il primo di quel giorno. Sfogliò distrattamente un libro di Fernando Pessoa.

Lesse: “Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. E’ un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”.

Inspirò profondamente, avvertendo la piacevole sensazione dei polmoni che si gonfiavano. Anni prima, quando ancora fumava, non ricordava di profonde respirazioni, ma blocchi di catrame nel petto, chiodi piantati tra le costole. Ci fece caso, la sua anima non respirava. Era occlusa, inquinata da chissà quali veleni, proprio come lo erano stati i suoi polmoni, anni prima. Ma tornare a farla respirare liberamente non era una questione da poco, non bastava la volontà, ferrea, di rinunciare alle sigarette, di buttarle nel cesso una volta per tutte. Il nemico era un altro. Il nemico era molti nemici. Subdolo, invisibile, tenace, cinico e sfuggente. Non poteva e non riusciva a dargli una fisionomia, un aspetto, ad identificarlo con qualcosa o qualcuno. Non la vedeva, la bestia feroce che gli teneva il cuore tra gli artigli e l’anima tra le fauci. E più lui si dibatteva nel tentativo di liberarsene, e più la bestia stringeva dolorosamente la presa.
Il cane gli si avvicinò, scodinzolando, era felice di vedere il suo amico a due zampe. Lui gli diede una grattatina affettuosa dietro le orecchie e il cane lo seguì, camminandogli a fianco, mentre passeggiava per il cortile, con una ridda di pensieri che gli affollavano la testa e che gli appesantivano, come macigni, il cuore. La vita, in certi momenti, diventava un insostenibile logorìo, se ne rendeva conto, e pensò che non temeva la morte, in sè. Quasi sicuramente rappresentava la liberazione da mille scomodi fardelli, da milioni di inutili pensieri, non solo una separazione, bensì una comunione, l’incontro-scontro finale col suo io, col suo ego. Ci pensava spesso, alla “mietitrice”, ma non si sentiva ancora pronto ad incontrarla: per quanto la vita lo logorasse, per quanto poco capisse sé stesso e la sua esistenza, non era ancora pronto per un salto di quella portata. Preferiva rilassarsi tra una battaglia e l’altra, tra un pensiero nocivo e l’altro, pedalando o camminando nella Natura, tra le braccia di colei che considerava la sua grande, tenera, Madre. Preferiva passare il tempo con i suoi fratelli alberi, coi suoi fratelli animali, con la sua anima di uccello notturno. In quei momenti apprezzava infinitamente il fatto di vivere e provava una profonda, sincera, gratitudine per Colui che aveva creato tutto, che aveva permesso che nascesse. Si sentiva felice, libero, la sua anima sembrava respirasse un po’, sembrava, ma probabilmente era davvero così. Con l’aria in faccia e un cielo sopra la testa tutto appariva diverso, anche se pioveva e la luce del sole era pallida, confusa dai nuvoloni grigi che sembravano saturare l’ambiente.
“Il tempo è come i pensieri, passa inarrestabile. Bene”, pensò, mentre si sedeva alla sua scrivania e sceglieva la sua penna preferita dall’affollato portapenne, “proviamo a fermarlo, almeno per un istante”, e cominciò a scrivere. “Si rigirò sul letto sfatto, mentre…”