18 giugno 2006

Racconti/ Miura, una dannazione


“Messere, è una storia triste e crudele la mia, ma se davvero avete in animo di ascoltarla… bene, sarò lieta di parlare” Miura era seduta sulla poltrona sdrucita dove Alexander, un giovane vampiro come lei, l’aveva trovata entrando casualmente in quella rocca disabitata.

Alta e slanciata, mostrava i segni tipici del popolo cainita, la confraternita maledetta che da secoli affligge l’umanità con misteriose ed allarmanti apparizioni. Sul viso perfettamente ovale, il soverchio pallore faceva risaltare terrificanti le labbra vermiglie, che a volte si piegavano come in un sorriso, mostrando canini appuntiti.

Dopo un attimo di esitazione a quell’apparizione inattesa, Alexander raggiunse la dama e sedette sulla poltrona consunta, gemella della prima, vicino al camino che un tempo doveva aver rischiarato con fuochi gioiosi le festose giornate di chi vi aveva abitato. Gli occhi anticipavano la sua inconsueta curiosità, abituato alle più strane apparizioni ed avvezzo a non essere attratto da alcuna di loro.
Lo sguardo della donna, perso lontano in disperati ricordi, mostrava i segni di una malinconia toccante, davvero strana in una cainita. Gli occhi color del ghiaccio parevano trafiggere ogni cosa senza apparente segno di fermarvisi, ma una scintilla di dolorose emozioni permaneva tuttavia sotto forma di un languore ammaliante.

“Milady, so di essere sfacciato, ma qualcosa di voi mi attrae come mai prima d’ora mi era accaduto.” aveva detto Alexander presentandosi alla dama. Alla sua curiosità Miura aveva risposto, accettando di raccontare la sua storia.

“Il tempio era una casa, per me, giovane donna pura ed all’amor votata. Tempio di Gelida, la dea che alle passioni sovrintende tra gli umani, col gelo ed il fuoco eterni suoi strumenti, a bilanciare il cuore delle genti.
Avvenne che un uomo, il cui nome terrò con me per riserbo, fu preso da accecante passione, quel tipo di passioni che anche a Gelida, per quanto lo volesse, non fu concesso di tenere freno. Una passione nata dallo scherzo dell’uomo coi suoi pari: una scommessa… “Vinco se riesco a possedere la giovane e inesperta sacerdotessa”
Miura si fermò per sorseggiare il liquido rosso scuro nel bicchiere rotondo, che inutilmente ella teneva a conca tra le mani, come a volerlo scaldare, residuo di passate abitudini ancora non del tutto cancellate. Posò lo sguardo negli occhi dell’ospite, quasi indugiando nel proseguire.
“Quando il suo gioco iniziò – riprese quindi - io non sapevo neanche di giocare, ero felice, spensierata, mai avevo avuto in cuore di provare… una passione tanto scellerata. Gioco crudele, messere, dico il vero, come a scherzar col fuoco, senza sapervi porre fine con il gelo. Egli mi scaldò il cuore, infervorando con discorsi il nostro gioco. Mi punzecchiava quando io mi ritraevo per poi abbandonarmi non appena io tornavo in suo possesso.”

Il pallore dilagava sul tenue viso, allungandone la forma, quasi a sfigurarlo, al chiarore della luna piena alta nel cielo. “Finché una notte, dopo tanti dubbi e tante ambasce che mi corrodevano l’anima, accettai di vederlo nel giardino, laddove il parco digrada fino al bosco, abbracciando nel monte la foresta. Quando mi venne incontro sorridente capii che avevo davvero poche armi, ma decisi che, quelle poche, fossero tuttavia ben alzate. Mi carezzò la fronte senza dir parole, io lo guardavo dritta negli occhi. Sapevo tutto, per il dono che la dea mi aveva fatto, di empatia e lettura dell’animo, che tanto serve quando si vuol dare conforto a chi ne chiede. Sapevo tutto di quell’uomo e del suo gioco, che così poco aveva a che fare con l’amore! Solo passione, solo fuoco… no, messere! Non è possibile giocare, a meno di non essere sicuri che poi nessuno ne dovrà soffrire…”

Si interruppe di nuovo, alzandosi ed avvicinandosi alla finestra. La gonna lunga di un abito non più nuovo, si apriva su un lungo spacco laterale da cui si intravedevano bianchissime le gambe. Lei guardò fuori, dove una civetta aveva ricominciato il suo lugubre canto, spezzando la monotonia del vento che frusciava pesante tra le fronde.

“Camminammo per un poco discorrendo, la sera era calda e senza luna, nera come la cappa di un… vampiro – si interruppe guardando per un attimo l’ospite, sorridendo ironica al gioco di parole. Alexander la guardava, figura sinuosa che girava leggera nella stanza. - Quando ci fermammo il bosco era dappresso, scuro di enormi alberi e cupo di rumori mai sentiti. Tremavo per il freddo – che strano, parlar di sensazioni senza però ricordarne più l’effetto – o forse per la paura di scoprire, quella paura che attanaglia il nostro corpo mortale quando ci accorgiamo che in realtà vorremmo non avere ragione, o non sapere mai….
Non volevo entrarvi, quindi mi fermai vicino al primo albero, fingendo di interessarmi alla interminabile fila di formiche che percorreva il tronco in ordinata coda, tracciando strade immaginarie e vere sulla ruvida corteccia. Alle mie spalle percepivo la presenza eccitata di quell’uomo, il suo pensiero disordinatamente concupiscente di maschio che tutto vuole e tutto crede di poter avere. Mi voltai poggiando le spalle al tronco e quando lui si avvicinò, convinto di baciarmi, i miei occhi lo trafissero gelidamente. “Mi spiace, amico mio – dissi fermandolo, con voce serena e calma – non amo per gioco, né gioco per amore… amo amare con corpo e mente e cuore…”lo rifiutai, e in quel momento dall’ombra si palesò una figura. Un vento gelido parve trapassarmi, spazzando con piccoli turbini le foglie morte.
“Avete perso, amico mio…” disse guardando l’uomo con occhi indifferenti ed un sorriso strano. Non era umano. Il viso brillava di un pallore estremo, labbra consunte coprivano a stento i suoi canini.
“Stupida donna! Ancora vostra è la scelta: lasciate il vostro velo di purezza oppure dovrò darvi a questa belva!” ringhiò l’uomo, non so dire se per rabbia o per paura.
“Se questo è il vostro gioco – gli risposi – ne sono oggetto e premio… una scommessa, dunque, non mi ingannavo…” mi volsi dunque all’essere che ora mi guardava con un ghigno malefico e perverso, indovinando che non mi sarei prestata all’insensato gioco dell’umano.”

Non era emozione quella che trapelava nella voce della cainita, non emozione ma una forte rabbia, o forse in realtà puro e semplice sconcerto. Lei si coprì il viso con le mani, lasciando che quell’attimo di residua “umanità” la attraversasse, come una scossa.
“Oh! Se mi avesse amato, messere, avrebbe cercato di salvarmi anzi, non mi avrebbe mai gettato tra le fauci di quella belva, non credete?” quando alzò gli occhi su di lui, Alexander sentì qualcosa, come un fuoco, passare di traverso le sue membra. Ma fu solo un attimo.

“Mi guardai intorno invano, ben sapendo che era inutile cercare di sfuggire. Gli occhi del cainita ormai mi avevano in possesso, con quel potere tipico da molti conosciuto come “Ipnosi del Vurdalak” che il conte di Bess, questo era il nome del vampiro, sapeva usare alla perfezione. Il gelo piano piano in me scendeva, con i suoi denti che incidevano la pelle e labbra avide che suggevano il mio sangue. Caddi priva di vita. Era ormai l’alba e quando i primi raggi del sole mi infastidirono costringendomi a cercare riparo tra le ombre… fuggii la luce e compresi i limiti del mio nuovo stato, quando provai ad attraversare un ruscello, a berne l’acqua per cercare ristoro all’arsura della mia gola.

Compresi ciò che ero diventata solo quando misi piede ad Avalon, dopo aver attraversato la Foresta Oscura che tutt’ora durante il giorno mi cela alla vista degli umani.. che io ora temo ed odio ancor più dello stesso cainita che mi fece dannare.”

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